Il pensiero del mese di maggio 2010
Cultura:
Uno stile di vita
Una convinzione di credere
Un principio per agire
La nozione di cultura (dal latino colere, “coltivare”) appartiene alla storia occidentale. L’utilizzo di tale termine è stato, poi, esteso, a quei comportamenti che imponevano una “cura verso gli dei“: così il termine “culto“.
Il concetto moderno di cultura può essere inteso come quel bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione. Tuttavia il termine cultura nella lingua italiana denota due significati principali sostanzialmente diversi:
Una concezione umanistica o classica presenta la cultura come la formazione individuale, un’attività che consente di “coltivare” l’animo umano; in tale accezione essa assume una valenza quantitativa, per la quale una persona può essere più o meno colta.
Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l’individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l’esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l’esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l’appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un’identità culturale.
Ma la cultura non è innata: la si apprende con l’educazione, attraverso l’esempio, l’esperienza, fin dalla nascita.
Ma nel tempo ha vissuto grandi cambiamenti. Si legava un tempo alle Muse, quindi alle arti, alle classi colte. Oggi, quando si parla di cultura non si intende invece necessariamente la cultura alta. Può essere cultura anche un semplice oggetto come un tavolo, una sedia, un utensile della cucina: tutti manufatti che rinviano a un determinato periodo storico e sociale nel cui ambito sono stati ipotizzati, realizzati, utilizzati.
L’antropologia culturale, tra le varie scienze sociali, è stata probabilmente quella che maggiormente si è battuta per un allargamento del concetto di cultura. Oggi si insiste sul fatto che ogni cultura ha una sua storia e dignità e che va accettata su un piano paritario con quelle tradizionalmente più consolidate [anche se a volte ce lo dimentichiamo; è accaduto con gli albanesi, sta accadendo con i romeni e con i rom]. Non più quindi cultura intesa esclusivamente come arte, diritto, letteratura o filosofia. Ma anche come vita quotidiana: ed è a partire da questa nuova prospettiva, da quest’ottica si è avuta una rivalutazione, accanto alle culture fondate sulla scrittura, di culture fondate invece sull’oralità. Si è compreso, insieme, che il mondo non è racchiuso nei confini dell’Occidente e che comprenderlo vuol dire conoscere, secondo l’insegnamento di Taylor, costumi e abitudini, abilità diverse.
Ma una cosa è saperlo, intellettualmente. Un’altra cosa è muoversi in base a questa convinzione, renderla viva, operante.
Crescendo all’interno di una cultura tendiamo facilmente ad assolutizzare quanto appreso, a immaginare che i nostri modelli culturali, i nostri simboli e valori siano «normali». Che non lo siano quelli altrui.
E il confronto internazionale che deriva dai processi di globalizzazione e dalle migrazioni può diventare facilmente uno scontro con preconcetti, con stereotipi negativi riguardo alle culture altre. Che a loro volta possono ripagarci della stessa moneta, generalizzando in modo indebito.
Riconoscere che le culture sono tante, che hanno svolto una certa funzione, che deve essere affermata loro dignità, diritto all’esistenza, non è facile. Ma eliminando lo scontro si arriva ad una pacifica convivenza
La sfida di oggi consiste proprio nel sapere aprirsi al confronto (evitando lo scontro) con altre culture, dando vita a realtà sociali più ricche, in grado di valorizzare diverse culture e trasmettere valori, modelli, capacità, abilità alle nuove generazioni.
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